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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


15 febbraio 2011

Tripoli bel suol d'amor

 

Che la situazione italiana sia divenuta più simile a quella dell’Africa Settentrionale, piuttosto che a quella delle democrazie occidentali avanzate, lo dicevamo nel post precedente. Non immaginavamo che l’autorevole Financial Times confermasse questo nostro giudizio: “Restando al suo posto egli [Berlusconi] fa apparire l’UE sciocca e ipocrita nel dare lezioni a Egitto e Tunisia e altri paesi non europei su come dovrebbero governare se stessi, quando contiene un tale supremo esempio di malgoverno al proprio interno”. Il parallelo tra Italia e Maghreb è evidentissimo. Il giudizio sferzante. D’altra parte, i massimi partner italiani sono la Russia di Putin e la Libia di Gheddafi. In questi anni, lo “scivolamento” della fragile democrazia italiana verso i caldi deserti africani è stato evidentissimo a tutti, immaginarsi alle diplomazie occidentali.

Nel ventennio berlusconiano abbiamo davvero assistito a una trasmutazione non solo genetica, ma anche di cultura istituzionale. L’alternanza, tipica in altri paesi europei, da noi appare un evento mitico, quasi una leggenda. Il modello non è più l’America, altro che il bipartitismo de noantri. Il modello è quello dinastico, o meglio il sultanato. La classe dirigente è incatenata. L’opinione pubblica appare ingabbiata, e la popolazione sembra vittima di uno stato soporifero. Di più rispetto ai paesi arabi abbiamo una storia democratica, una tradizione occidentale, delle istituzioni antiche, radicate nella coscienza dei cittadini. Però attenzione: il giudizio che danno questi stessi cittadini, tra un spot di Canale 5 e l’altro, è negativo, spregiativo quasi. La frittata è quasi fatta. Rischiamo di non avere più alcun fondamento su cui poggiare i piedi per poter davvero rialzare la schiena.

Poi, certo, ci sono un milione di donne in piazza, e le donne non mancano mai gli appuntamenti decisivi. Poi c’è il lavoro di Bersani, tutto sui contenuti, sulla sostanza politica e sul tentativo di mettere in campo un “patto” che riformi e rilanci il Paese. Ci sono meriti, qualità, passioni, intelligenze italiane. C’è chi vorrebbe una rinascita, un nuovo avvio. C’è chi è stanco di spot, e desidererebbe invece discorsi seri, e più che i sogni e le narrazioni preferirebbe un asciutto elenco di punti di programma su cui impegnarsi. A quest’Italia bisogna dare voce, mostrare che la politica è in grado di contare sulle sue energie. Il “federalismo” di cui parla Bersani oggi sulla Padania è un manifesto di intenti molto utile, è quasi un indice programmatico: Italia delle autonomie, responsabilità diretta dei territori, definizione dei costi standard, perequazione non solo nord-sud ma anche nord-nord, e garanzia di un comune livello di cittadinanza e di servizi, pur nella possibilità che chi ha una marcia in più possa correre senza laccioli. È una chiamata diretta ai cittadini, alle autonomie, agli enti locali, alle forze sociali, è l’invito a sprigionare la loro energia, è un investimento diretto sul capitale sociale diffuso. Il federalismo cesserebbe di essere considerato, così, il recinto locale dei ricchi per divenire l’effettivo terreno di incontro di tutte le potenzialità italiane. Vediamo un po’ che succede.


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permalink | inviato da L_Antonio il 15/2/2011 alle 12:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


7 maggio 2010

Comparse

 

Sosteniamo da tempo che la trasformazione della politica in comunicazione è il segno del suo svuotamento in quanto “potere” e della sua neutralizzazione. La comunicazione, peraltro, è un “potere” altro dalla politica; la classe dirigente se ne gingilla visti i vantaggi che se ne possono trarre (in termini di occultamento e “velamento” dei processi e delle scelte di fondo), pur tuttavia la comunicazione si “mangia” pian piano la politica, affiancando in questo impeto ugolinesco la finanza e la tecnica. È così che nasce la comunicazione-politica, come offuscamento, nascondimento, menzogna. Una forma di neutralizzazione del potere politico.

Oggi è invalsa l’idea che la politica sia “messaggio”, “posizionamento”, immagine, marketing. Tutto, meno ciò che la politica è davvero (ed essenzialmente), ossia potere. Un vero danno culturale, tra l'altro. Quando ero giovane, al contrario, per noi la politica era “potere”, nulla più. Ce lo insegnavano. Le scelte, le tattiche, le strategie erano solo “intenzione” al potere, una specie di audace e spudorato tentativo di arrampicarsi al vertice della sovranità. Attualmente, mi pare che predomini un sentimento opposto, quasi si fosse registrata la fine della politica come potere, e ci si fosse rassegnati dinanzi alla potenza dell’economia, della tecnica, della finanza, della comunicazione stessa.

Se leggete Cacciari su l’Espresso, vi spiega in due parole come stanno invece le cose. Scrive che «il federalismo non è nella sua essenza fiscale-demaniale. Non è affatto questione di “schei” o patrimoni […]. Ancor meno è rivendicazione egoistica per maggiori trasferimenti da parte di Regione e Enti Locali. Il federalista non chiede benevoli concessioni. Esige, invece, poteri effettivi e conseguenti piene responsabilità. […] Il principio-base del federalismo afferma che il potere politico deve articolarsi in una pluralità di centri, ognuno davvero autonomo, e cioè non derivato, avente in sé la fonte della legittimità, al fine di svolgere efficacemente funzioni specifiche, su materie dove non abbia altri “concorrenti”». Potere politico, dunque. Responsabilità derivante dal potere stesso. Autonomia (nella fattispecie impositiva). Altro che chiacchiere mediatiche: qui il re è nudo, e si sintetizza nella richiesta di potere. In assenza del quale ci troviamo catapultati in una fiction, dove comandano altri poteri, tecnico-finanziari, mediali, tutto meno che la politica. E noi, ovviamente, a fare le comparse.


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permalink | inviato da L_Antonio il 7/5/2010 alle 12:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


14 aprile 2010

Non è un paese per riformisti

 

I fronti aperti sono tre. Non necessariamente nell’ordine in cui li cito.

Le riforme (istituzionali e socio-economiche). C’è un bel dire che le riforme sono una trappola, che c’è ben altro da fare, che bisogna andare al sodo, che basta coi formalismi. La verità, sotto gli occhi di tutti, è che lo Stato è a pezzi, le istituzioni sono un colabrodo, l’immagine della politica è deteriorata, la legge elettorale fa schifo (una porcata, appunto) e garantirà lunga vita al berlusconismo, la giustizia italiana (soprattutto quella civile) non funziona, il welfare andrebbe ripensato su basi finalmente rinnovate, Berlusconi per di più è pronto a instaurare una specie di monarchia assoluta (Lega permettendo). Si può far finta di niente. Si può voltare lo sguardo sdegnati. Duri e puri. Integri. E si può perfino gridare al complotto, o all’inciucio, o al dalemismo (te pareva!), il fatto resta. Ci fregano se NON ci occupiamo di riforme, e non invece se ce ne occupiamo con l’attenzione dovuta! Sia chiaro.

Il partito. Allo stato attuale il PD è ancora affetto dalla "Sindrome di Loft". È una specie di comitato elettorale, animato da logiche correntizie (a esser buoni), più pronto allo scambio che alla politica-politica, refrattario alle idee, quasi anonimo. La proposta di Prodi è velenosa, ma è un sasso nello stagno, ed è capace di suscitare dibattito. Cacciari dice che siamo in ritardo di 15 anni, e che un partito federale potrebbe essere la miccia giusta per ripartire su basi nuove. Forse ha ragione. Eppure la sensazione sgradevole è quella di ritornare alle formule astratte, alle locuzioni incomprensibili, all’ombelico del mondo, all’astrattezza. Quando servirebbe esattamente il contrario. Stefano Cappellini sul Riformista dice che l’ennesima discussione sul soggetto sarebbe opera del miglior tafazzismo. Ciò non toglie che Bersani guidi, poveraccio, una macchina con le gomme a terra, quasi senza benzina, coi freni scarichi, la meccanica usurata. Dove può portare una macchina così? Boh.

Le idee e i contenuti. Dopo le 289 pagine del programma dell’Unione, servirebbe qualcosa di più semplice, sintetico, essenziale. E soprattutto servirebbero idee-forza, contenuti sui quali aggregare consenso, punti di programma, e non chiacchiere mediatiche o da conventicola. Il partito non può essere un guscio vuoto, non può affidarsi ai potentati locali, agli scambi, alle relazioni, alle formule di comunicazione. Io DEVO poter associare al partito una o più idee. Questa smania di appiattirsi al centro (terze vie, moderatismo, centrismo, ecc.) è dannosa per un motivo essenziale: si diventa marmellata, si entra in una palude magmatica, si appare più neri delle vacche nere, si rischia l’anonimato, l’anomia, l’indeterminatezza, la liquefazione. Ma non solo agli occhi dei cittadini, persino ai nostri occhi. Il partito è prender-parte ed esser-parte: da ciò deriva logicamente e ineluttabilmente la ricerca di distinzione e di differenza. Senza differenza niente idee. Senza idee niente differenza. Serve determinazione, dunque, soprattutto sul piano dei contenuti. Dopo di che si può discutere con chiunque senza temere nulla. Cossutta (non Follini) una volta disse che si è pronti a qualsiasi compromesso se se si è certi della propria identità e della saldezza delle proprie idee. Ecco.

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